DEMOCRAZIA: RISOLTO IL PROBLEMA DEI PROBLEMI

Popolo Sovrano risolve il problema

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l primo stranissimo anno d’esistenza di Popolo Sovrano diventa qui occasione per riflettere sulle caratteristiche di fondo dei popoli. La propaganda, insegnando che la gran parte della massa umana (per qualsiasi campo preso in esame) è cieca, fa intuire che pochissimi avrebbero veramente diritto al voto. Questa verità, però, non può essere politicamente accettata, perché mina le basi stesse della democrazia.
Dunque, soffriremo di enormi problemi per tutta l’eternità? Nient’affatto, perché la logica del Manifesto risolve definitivamente il problema, allineando la reale identità del cittadino, acquisita durante le rivoluzioni ottocentesche, ai giusti strumenti operativi, ai giusti tempi, e alle giuste modalità di legge (vedi il Manifesto).
Questo articolo è lungo, servono venti minuti. Buon divertimento! 

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Costituitosi nel luglio 2017, Popolo Sovrano pubblica subito il Manifesto del Partito. La sensazione dei fondatori è di grande vittoria: mai, prima d’allora, un documento mostrava come trasformare di colpo lo Stato in servo e i cittadini in re, mai si era risolto il problema delle Partecipate in modi così splendidi e necessitanti, mai era stato possibile ipotizzare il passaggio d’uno Stato da corrotto/disordinato in virtuoso/perfetto in un solo singolo istante, mai nessuno aveva dimostrato la necessità della scomparsa dell’Agenzia delle Entrate e quindi di tutti gli adempimenti fiscali, mai le buste paga diventavano interamente percepite perché non vi era più modo di pagare tasse e contributi.

I vantaggi erano così numerosi e incredibili – diventava persino difficile elencarli tutti – che la vittoria alle successive elezioni appariva certa e scontata. Eppure, la magnifica sensazione di vittoria resterà soltanto una sensazione, perché – nonostante le riunioni, la carta distribuita, le segnalazioni sui social, le mail, le telefonate, i contatti – a mesi di distanza il partito sarà ancora un microbo con un numero assurdamente ristretto d’iscritti e di collaboratori. Anche se centinaia – e probabilmente migliaia – di persone avranno accesso al documento, nessuno scriverà mai una sola parola di commento, o farà una recensione, o procederà ad una telefonata, o chiederà lumi, o vorrà spiegazioni. Incredibilmente, sempre il nulla, soltanto il nulla, nient’altro che il nulla, semplicemente il nulla.

Ci saranno poi gli strani comportamenti dal vivo: ecco il cremonese entusiasta che pochi giorni prima aveva giurato di leggere il Manifesto per dare un serio parere ed eventualmente iscriversi al Partito, svicolare poi tra i muri come un’anguilla, cercando di non farsi vedere; ecco il dettagliante che per mesi ha promesso dei fondi e più volte ripetuto l’impegno, non entrare più in argomento; ecco il presidente d’una associazione lavorativa che due mesi prima aveva lasciato intuire la possibilità di partecipare ad un incontro pubblico, farsi improvvisamente desiderare. Saranno decine i conoscenti che faranno finta di non aver mai visto il Manifesto, ricevuto un biglietto da visita del Partito, un invito a partecipare a qualche riunione, o d’essere in qualche modo a conoscenza del progetto. Nessuno (un paio d’eccezioni a parte) si fermerà per strada a chiedere direttamente ai fondatori: «Allora, come sta andando il partito?». Si parla di mille cose, e quando gli argomenti sono esauriti, allora, forse…

Cremona è una città assonnata: i confinanti piacentini, popolo dalla lingua tagliente, quando parlano dei cremonesi non hanno dubbi: “Cremünes, l’om distes”, cioè “Cremonese, l’uomo disteso”, che dorme. È una città tranquilla, ma nel senso di rigida, ansiosa, non rilassata. Una città che (come spesso succede in questi casi), quando sposa qualcuno o un’idea è poi capace di dare l’anima. Ma – attenzione – la darà perché avrà finalmente superato la paura e potrà lanciarsi.

Dopo qualche mese dalla pubblicazione, però, complici soprattutto i numerosi contatti fuori città, la sonnolenza cremonese non basterà più come unico codice interpretativo. Nei primi mesi il silenzio creerà qualche brivido (“Ehi! Il nostro Manifesto spaventa tutti!”) ma poi la cosa diventerà grottesca. Che sia Cremona o fuori Cremona, che sia per telefono o per web, che sia di persona o per mail, la risposta sarà sempre la stessa: il nulla, il nulla, il nulla. Persino l’incontro coi Sovranisti in Firenze non darà il più piccolo seguito; persino i contatti con i tanti che sul Web fanno i rivoluzionari di professione; persino le lettere sul giornale della provincia di Cremona. Mai il più piccolo segnale. Una sola persona, una donna di Milano, chiederà timidamente per mail se esistiamo davvero.

Così, a forza di stranezze, alla fine è partita l’indagine. Un partito – si sa – vive di propaganda, e quindi Popolo Sovrano ne era fortemente carente. Ma in che senso? Del Manifesto se n’era parlato abbondantemente, e in tutte le occasioni possibili. Quindi era stato sbagliato “qualcosa d’altro”. Ma cosa? Il documento era forse troppo lungo in sé e per sé? La gente era quindi pigra? O – forse – i vantaggi illustrati erano troppo incredibili? E se invece si fosse trattato d’una semplice e miserabile questione di partito con pochi iscritti? Insomma, cos’era a bloccare tutto? Buio totale.

In mancanza di fondi non restava che utilizzare il gratuito internet, e Wikipedia è venuta subito in soccorso. È bastata la lettura della lunga pagina “Propaganda” per cominciare a capire rapidamente quel che non andava. Certo, lungo quelle righe s’è sgranata la sorpresa delle sorprese: la propaganda – detto in sintesi – è stata il canovaccio su cui è stato interamente costruito il secolo scorso; come se la Storia altro non fosse che attori che recitano un copione, e quel copione si chiamasse appunto propaganda.

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Sì, il secolo scorso è stato costruito minuto per minuto proprio da questa. Perché?
Perché, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, sono esplosi i problemi relativi al vuoto di potere causato dal mancato completamento delle rivoluzioni (quei problemi che la riforma di Popolo Sovrano oggi sana in modi perfetti). Prima di quell’epoca, infatti, non esisteva l’opinione pubblica: il re dava un ordine e – qualunque quello fosse – per tutti era “Viva il re!”. Adesso, invece, con la diffusione della libertà e dei giornali, gli eletti potevano tranquillamente ritrovarsi contro l’intera popolazione. La sommossa era sempre nell’aria, e si doveva arrivare all’assurdo di sparare con fucili e cannoni sul proprio popolo affinché gli eletti potessero esercitare il potere che il popolo stesso aveva loro conferito. Un problema contorto, angosciante, che i politici non sapevano come affrontare. Chi li avrebbe salvati?

Se leggete la pagina “Propaganda”, resterete anche voi a bocca aperta. Gli uomini che hanno posto le basi di questa scienza furono essenzialmente professori d’università dotati d’intelligenza sopraffina, con una capacità di guardare alla realtà umana davvero speciale. Altri applicheranno poi le loro intuizioni, ma tra fatti esplosivi e situazioni che vi lasceranno senza fiato (e ricordi di scuola che emergeranno brutalmente), ecco che alla fine vi si paleserà la tremenda verità: gli uomini sono ciechi. Sì, non c’è altra spiegazione. Solo ammettendo la cecità della massa, cioè della grande maggioranza, quadra tutto.

Beh, ad essere sinceri, non è che il concetto di cecità emerga subito. Nessun autore parla di ciechi! Prima bisogna scaricarsi “Psicologia delle folle” di Gustav Le Bon (1895), leggerselo tutto con calma (cercando di non urlare), e poi, con la testa che ancora fluttua, dieci giorni dopo, magari venti o trenta, ecco arrivare l’inesorabile verità: gli uomini sono ciechi. La massa, dal punto di vista politico, è cieca. Quindi, se cieca, seguirà per forza chi grida più forte degli altri.

Soddisfiamo subito una curiosità!

Si parla infatti sempre di pecore, e mai di ciechi. Perché? Perché c’è un parallelismo che non è ancora stato ben sottolineato. L’ovino tiene il muso a terra, bruca, sta fermo, e quindi non vede quasi nulla di quel che gli sta attorno. I predatori, insomma, studiano la strategia su un campo visivo enorme, mentre lui, poveretto, bruca. Bruca e ascolta con le orecchie. Mezzo cieco, è quindi normale che rifiuti l’iniziativa e voglia intrupparsi. Soprattutto, è normale che vada dove il resto del gregge andrà. Non è solo una questione di debolezza fisica, ma anche del fatto che il povero animale vive tra l’incudine e il martello: o bruca continuamente, o si guarda attorno. E siccome deve mangiare…

L’italiano – come si evince da tutte queste logiche – sbaglia nel considerarsi una grottesca figura rispetto agli altri popoli della terra. Perché? Perché la cecità vale per tutti gli uomini. Che il soggetto sia italiano, tedesco, o cinese, una volta che gli avranno applicato addosso le regole della propaganda (mirate a sfruttare la sua cecità), avremo sempre la stessa identica manipolazione. Cambierà il fine, soltanto quello. Gli italiani lo manipoleranno per fregarlo, i tedeschi per mandarlo a combattere, e i cinesi per farlo lavorare.

Alla fine di letture su letture e di ragionamenti su ragionamenti, ecco però la soluzione tecnica del curioso enigma che attanaglia Popolo Sovrano: tutto il tempo passato a spiegare e rispiegare il Manifesto, e soprattutto a richiederne a destra e sinistra la consapevole accettazione, era stato un errore fatale. Assolutamente micidiale! Non si deve mai spiegare (dicono i Maestri), mai e poi mai! È infinitamente controproducente!
Detta in parole povere, chi aveva un certo interesse, prima o poi, a forza di sollecitazioni, finiva con l’entrare nel sito internet del partito, dov’era pubblicato il Manifesto; ma, lì  – cieco e appecorito – veniva semplicemente ucciso. Non vedeva infatti altra gente, né vere adunanze, né simpatiche fotografie di gruppo, né cene di partito… Il nulla più assoluto! Anzi, scopriva addirittura un gelido documento che gli spiegava come ribaltare lo Stato in tre sole settimane, e per conseguenza un lungo elenco d’incredibili vantaggi che, implicitamente, gli affibbiava però la responsabilità di fornire un’opinione. In pratica (nella quasi totalità dei casi), è stato come indicare a un ovino la collina là in fondo, raccontargli che là (proprio là), a differenza di tutti gli altri prati della terra, l’erba era sempre verde, alta e bellissima, e poi pretendere che quello, girato lo sguardo, realizzato con sgomento che là (proprio là), non c’era assolutamente nessuno, reagisse in un altro modo che la paura. Già il posto era stato descritto come non equivalente a nessun altro ambiente della terra (e questo eccitava, ma agitava anche), in più era deserto, e per sopraggiunta – orrore! – gli si chiedeva pure di fare da cavia e di giudicare l’erba. Ecco il perché di quelle miserabili figure lungo i muri! Ecco il perché di quei comportamenti che lasciavano senza parola! Popolo Sovrano doveva invece fare rumore, nient’altro che rumore, foto, immagini, risate, cene, e altro ancora! Spiegazioni? Elenchi di vantaggi? Richiesta di pareri? Questo era interessante, ma non poteva venire prima della sicurezza, perché solo sentendo il rumore la pecora e il cieco si sarebbero rinfrancati e avrebbero potuto procedere.

Sì! A costo di fingere, a costo d’inventare, coi ciechi ci vuole rumore perché, alla fin fine, hanno soltanto le orecchie per capire il mondo. Qualche esempio pratico? Avremmo dovuto noleggiare un piccolo aeroplano e farlo volare tutte le domeniche a mezzogiorno sopra Cremona (“Ehi, cos’è che c’ha scritto dietro? Po-po-lo… So… Il sole m’abbaglia… Ah, Popolo Sovrano!”); oppure lanciare giù dal Torrazzo un lungo striscione con il nome e il logo, dopo aver chiamato tutte le TV locali; oppure creare un assurdo evento in centro con megafono e rullo di tamburi; oppure sfruttare un momento di distrazione dei custodi per aprire le finestre del Palazzo Comunale e buttare giù dei manifesti d’un paio di metri, e poi vai con tante foto dal basso; oppure andare dai quotidiani fingendo che moltissime persone avessero già dato un parere sul Manifesto e che gli iscritti fossero ormai numerosissimi.

Bisognava dare spettacolo, insomma, e pretendere rumore, rumore, solo rumore! O, come diversi cremonesi suggerivano, trovare qualcuno che di rumore ne facesse già di suo: un personaggio, un attore, un habitué della TV, un opinionista, uno scrittore… Anche la farfallina tatuata sull’inguine di Belen sarebbe stata infinitamente più convincente del Manifesto. Non serviva Belen intera, bastava quella!

I fondatori, però – questo era l’elemento veramente tragico – avevano istintivamente scartato questo modo d’operare non per completa ignoranza delle leggi della propaganda, ma proprio perché volevano prudenza, modestia, e attenzione intellettuale. Questo era stato il vero errore di partenza. Non volevano cioè fidarsi delle quattro persone sveglie che avevano letto il documento e strizzato l’occhio. Volevano altri pareri! Mille altri!

Perché? Forse perché avevano paura di quel che avevano scritto? Ma certamente!

Perché? Chiedete “perché attenzione intellettuale e prudente analisi delle premesse e delle conclusioni”? State scherzando, vero? Lo Stato è una faccenda immensa e terribile, e il Manifesto andava letto con attenzione, servivano i pareri di molti. Lo Stato è il Moloch, e in queste cose ci vuole la testa, perché alcune rivoluzioni hanno promesso il paradiso, ma poi è arrivato l’inferno. Le due persone che avevano elaborato il Manifesto avrebbero anche potuto essere dei geni, ma erano soltanto due, mentre lo Stato è complicatissimo e immenso. Un semplice errore, e si fa un milione di morti come ridere! Servivano tanti pareri, soprattutto tecnici. soprattutto…

E invece, era ormai evidente come bisognasse muoversi proprio al contrario. I buoni sentimenti erano d’ostacolo, perché le pecore e i ciechi si fermano molto prima della prudenza. A loro interessa solo poter pensare, mentre guardano una foto sul giornale o un evento di piazza: “Dicono che quella collina sia verdissima. Io non lo so, però vedo che sono in tanti”. Dopo, e solo dopo, potranno sentirsi predisposti a valutare il “capovolgimento tecnico dello Stato”.

La realtà è questa. Se si ritiene necessario che dei ciechi attraversino una piazza per fare la rivoluzione, non si può pretendere di convincerli quando dall’altra parte sentono soltanto un sinistro silenzio. Sono ciechi! Non lo fossero, erano già tutti là! Si deve invece giocare sporco. Per convincerli servirà il rumore: si metteranno due altoparlanti sull’altro lato della piazza, un registratore diffonderà musiche da ballo, si pagherà gente per fingere l’esistenza d’una birreria… Rumore, rumore, nient’altro che rumore!

Hm…

Siamo proprio sicuri che l’esser pecoroni sia associato alla cecità? Siamo davvero convinti che sia questa la vera e profonda causa della pochezza e quindi vigliaccheria?
Certo, l’italiano è individualista e campanilista; e quando parla di sociale mente. Le sue strutture sono scarsamente reattive e spesso false proprio per questo. Però, se nelle condutture idriche di una città venisse immessa una sostanza accecante, non importerebbe nulla che i cittadini siano gente sveglia, capace, pronta, rapida, e coraggiosa. Diventerebbero di colpo dei vigliacchi, degli incapaci, camminerebbero rasenti ai muri, a tentoni, seguendosi l’un l’altro.
Nessuno prenderebbe l’auto, la bicicletta, il motorino, solo gente terrorizzata dal silenzio, gente che cercherebbe – come le pecore – un rassicurante e caldo contatto fisico con gli altri. Gente che pretenderebbe voci forti e ben udibili. Tutta gente che, alla fin fine, sarebbe manovrabilissima, perché non potrebbe fare altro che seguire le voci che evitano di dare troppe spiegazioni e semplicemente indicano. Quando qualcuno è nel buio, infatti, o nella nebbia più completa, cosa potrà trovare di più bello che l’obbedire a inviti ripetuti, cioè a costanti slogan? «Avanti di là, signori, avanti, prego, prego, tutti avanti! Sì, non disperdetevi, io ci vedo benissimo, tranquilli, non fermatevi, avanti, avanti». Frasi note, ripetute, per una bella e serena certezza della direzione da prendere.

Vi è forse qualche pastore che perda tempo a spiegare alle sue pecore la meta da raggiungere? E a qual pro dovrebbe farlo? Alle pecore basta solo il grido ripetuto, lo slogan familiare, la parola ininterrotta. «Avanti! Avanti! Su, avanti!». Questa parola diventa prima o poi familiare, e quindi a calda, gentile, umana. Non importa che quella voce manderà poi a combattere per il mondo, o a lavorare trecentosessanta tre giorni l’anno, o ti fregherà i risparmi e il lavoro. Importa solo che sia chiara e ripetuta, e quindi calda. Popolo Sovrano, insomma, non solo aveva commesso tutti gli errori elencati dai Grandi Maestri Pastori (nessun errore escluso), ma rivolgendosi alla massa come se non fosse cieca, secondo il sublime Gustave Le Bon aveva compiuto lo sbaglio più micidiale di tutti: si era messo a spiegare, spaventando così il piccolo o piccolissimo gregge con cui era giunto in contatto.

Certo, non tutti sono ciechi, non tutti cercano il rumore, non tutti si spaventano. Uno su mille, anzi, dice secco: «Non importa in quanti siete, se in 5 o in 5.000, ho letto il Manifesto e sono con voi» È la solita curva gaussiana. Cieca è soltanto la grossa massa centrale, compreso l’estremo che non vede nemmeno barlumi di luce. Alcuni, infatti, ci vedono benissimo. Predatori, questi? Loschi approfittatori del popolo? Ma no! Se tutti gli altri sono costituzionalmente degli ovini, allora saranno ovini pure loro; solo che, per motivi insondabili, stanno in cima alla collina e guardano da lassù. Quando brucano, a testa bassa, con la coda dell’occhio vedono l’intera valle. Non sono dei geni, non fanno sforzi, non hanno meriti. Alcuni, poi, non stanno nemmeno in cima, perché brucano da un po’ più in basso, da metà collina, o da due terzi, o da quasi in fondo; ma sempre e comunque da un punto più alto. E siccome vedono molta più area, sono parzialmente indipendenti (o totalmente indipendenti) da rumori, contatti fisici, belati di conforto, e calore di conferma. Certo, più in alto stanno, più fatica faranno a discernere i piccoli dettagli del fondo valle, potendo così fare errori di cui il gregge riderà. Ma non sbaglieranno mai sulle questioni importanti. Se diranno che i lupi sono vicini e stanno arrivando da nord, bisognerà correre subito a sud. Se invece diranno che stanno a giorni di cammino, non ci sarà da dubitare e si potrà far festa.

Ma attenzione, però!

Eh sì, attenzione…

Se è vero e dimostrato che la gran parte della massa è cieca, cioè un soggetto semplicemente da manipolare, un irrazionale gregge da guidare con voci ripetute e suadenti, si entra in un formidabile problema strutturale. Tutto diventa un controsenso senza soluzione.
La democrazia (maggiore e minore età a parte) non contempla la vista della valle tra i requisiti di base. Nessuno statuto recita: “Possono votare anche i cittadini parzialmente ciechi”, oppure: “In politica possono votare anche i ciechi assoluti”. Per le democrazie, i ciechi non esistono, perché sentire è ritenuto già più che sufficiente! Sentire se si sta bene (o male), sentire comizi, sentire talk show, sentire slogan, sentire discussioni, sentire novità, sentire dichiarazioni… Anche vedere, per la verità, ma sempre dal punto di vista fisico: articoli di giornale, immagini di propaganda, manifesti sui muri, volti noti, volti meno noti… Quel che c’è laggiù nella valle, insomma, e che ogni cinque anni verrà riprodotto da macchine e creativi durante i periodi elettorali.

Dal controsenso strutturale alla maledizione il passo è breve. Non soltanto il cittadino è umiliato dalle infinite vessazione dei suoi Servi (i politici e i funzionari); non soltanto può di fatto regnare un giorno solo ogni cinque anni; ma – per di più – dovrà compiere un’impresa impossibile: cieco, dovrà stabilire chi fra i potenziali politici ci veda per davvero. E questa è una disgrazia, perché solo chi ha la vista può intuire chi mente, e mettergli facilmente i bastoni tra le ruote. Ma i “sani”, ahimè, sono la sparuta minoranza, e non potranno certo alterare più di tanto il gigantesco volante della democrazia.

L’esperienza – guarda caso! – ci dice che la verità è proprio questa. I ciechi nominano quasi sempre altri ciechi, costringendo così la democrazia a diventare (anziché più bella e solida) l’eterno sanatorio, il disgraziatissimo ricovero, il triste e noioso ospedale. Ovvio, no?! Non ci sono forse, al mondo, Paesi dove tutti lavorano, ma il disastro è comunque totale? I politici, proprio in quanto ciechi, sono impossibilitati a fare altro che parlare e parlare; e quindi, parlando, sprecano sempre tempo e risorse. Solo quando il problema sarà diventato talmente gigantesco da essere lì, a un metro di distanza, visibile anche agli eletti più miopi – o direttamente percepibile con le mani dai ciechi totali – allora si potrà tentare qualcosa.

La follia è nell’aria?

Sì?

No?

Forse?

Ad esempio: quale cittadino oserebbe demolire le possenti mura della propria città (che così tanta fatica sono costate ai padri)? Nessuno! Le Democrazie, invece (tante firme, nessuna colpa), l’hanno fatto ovunque senza pensarci due volte, perché bisognava sfruttare l’area. Quale cittadino oserebbe entrare con le ruspe nell’unico anfiteatro romano dell’Emilia Romagna per farci villette popolari? La democrazia di Imola lo ha fatto, e senza pensarci due volte.

Il volante della democrazia? Quel bel sistema così giusto e ideale per cui si va tutti dove la maggioranza tira con più forza? Beh, in quello non c’è proprio nulla di sbagliato. Non si può guidare senza un volante. Però, se non sai dove andare, se non vedi dall’alto, al massimo potrai muoverti per evitare una pozza qui e un grosso albero . Ovvio, no? Un rinoceronte a destra e un leone a sinistra.
Non potrai cioè guidare in base a una mappa mentale, perché non ce l’hai. Potrai solo evitare ostacoli, un po’ come fanno gli ubriachi, senza una vera meta. E infatti, guarda caso, se si valuta la storia del XX secolo, si nota che è proprio una storia di pazzi. Pazzi da legare, pazzi senza testa, talmente pazzi da esserlo non soltanto a livello politico, ma anche su questioni assolutamente marginali, di nessun pericolo né fatica immaginativa.
Considerate, ad esempio, la questione del mare pieno di plastica perché le industrie ne hanno prodotto a montagne senza che la legge ne abbia coordinato il riciclo. Giudicate voi se questo non è un guidare da ubriachi: prima si creano dei problemi, li si lasciano con calma diventare giganteschi, e poi (solo poi), si fanno le manovre per risolverli. Anni per compiere follie, anni per farle diventare gigantesche, anni per discuterle animatamente, e poi anni per risolverle. Non bastasse, con l’umiliazione di ritrovarsi poi in TV quegli stessi politici e funzionari a vantarsi di voler assumere il problema come “sfida”, quasi fossero cavalieri medievali che s’offrono d’uccidere il drago.

Certo, la nostra vita migliora continuamente, ma nell’unico senso che le macchine, grazie alle invenzioni, ci sorreggono sempre di più; a livello di comando generale, però, tutto resta sempre e comunque scialbo, piatto, senza fantasia, senza obiettivi belli e veri. Proprio come se tutto fosse gestito da ciechi.

«E le pecore che stanno in cima alla collina? Perché non si precipitano a farsi eleggere? Che fanno lassù?»

Tanto per cominciare, là in cima, di pecore potrebbero anche essercene una sola, o due, o tre. Chi ci dice che ve ne siano addirittura dieci?

«In tutt’Italia?»

«Sì, certo, in tutta Italia! Non abbiamo detto che è il punto massimo della collina? Lo stesso dove, in quella della musica, stanno Mozart e Bach?»

Una, magari, è una casalinga che in questo momento sta facendo da mangiare, l’altra un benzinaio che fra un po’ correrà in banca a mettere via i soldi, e l’altra è in un letto d’ospedale e sta morendo. Ma parliamo pure di “pecore che stanno sulla collina”, senza specificare dove, come, né su quale quota o versante. Queste pecore sono generalmente molto poche e troppo lontane, e quindi nemmeno capiscono bene lo sciocco caos giù a valle. Per loro, ad esempio, potrebbe essere d’immediata soluzione quel che laggiù sarà un problema tragico fra dieci anni. Questa distanza, e questo diverso modo di vedere le stesse identiche cose, crea una specie d’incomprensione di fondo, come una sorta d’autismo indotto.

Alcune pecore, ad essere sinceri, stanno all’incirca ad un terzo della costa, e vedono benissimo sia la valle che tutti i più fini dettagli del gregge. Ovviamente, sono i più astuti e veloci, quelli che per istinto sanno come manipolare la massa proprio grazie alla conoscenza degli infiniti dettagli. Ma stando più in su, o addirittura in cima, è impossibile manipolarla. Quando dall’alto qualcuno grida il semplice messaggio: “Attenzione! Stanno arrivano i lupi da sud”, la voce, ammesso che arrivi (e ammesso che non susciti ilarità), innesca la solita assurda reazione: qualche ovino si guarda attorno, di lupi non ce n’è nemmeno l’ombra, e tutti tornano a brucare. In politica, infatti (come anche nell’etica e nel rispetto della natura), le cose non avvengono mai entro sera o entro domenica prossima, ma fra vent’anni. Le grida diventano quindi inutili, controproducenti, fastidiose.

Sulla collina – stringi stringi – ci si nasce; ma possono essere molto più numerosi quelli che la vita spinge lungo le pendici e poi più in su, verso la cima. Gente da prima linea, da combattimento quotidiano, da guerra senza quartiere contro i lupi, che per sorte e mestiere ha dovuto capire tutti i rapporti di forza che muovono il gregge e i predatori. Molto spesso sono commercianti, uomini d’affari, industriali, gente dall’intelligenza acutissima e dalla visione profondissima delle cose. Se però provate a dire loro: «Perché non entri in politica, dato che hai una visione così completa e hai già capito dove si andrà a parare?» alzeranno le spalle con un senso quasi di fastidio. Sanno benissimo che la realtà delle cose sarà chiara solo tra vent’anni! Sanno benissimo che lungo tutto quel periodo ci sarà chi giustificherà continuamente i lupi come puri accidenti occasionali! E sanno quindi benissimo anche che, quando arriverà tutto il branco, sarà tardi, semplicemente tardi. La politica, da questa gente, è percepita come scherno e tormento.

Chi mai andrebbe, infatti – profeta e veggente – a spiegare al bar l’esatto risultato del prossimo derby, se la partita fosse tra vent’anni? Se Milan-Inter è domenica prossima, e si danno i risultati esatti, lunedì ti guarderanno con soggezione. Ma tra vent’anni? Solo chi è cieco, cioè non veggente, potrà parlare di questa partita per migliaia e migliaia di ore, anno dopo anno, immaginando di tutto e di più! Chi l’ha già vista con gli occhi della mente, quando ha detto una volta il risultato esatto, ha già praticamente finito. Quando l’ha ripetuto tre volte, non sa più che aggiungere. Così i migliori desistono dall’agone politico, mentre i peggiori, cioè i ciechi totali o parziali, si precipano in politica a frotte, trasformandola in pollaio o bar da spiaggia.

Che maledizione vero? E che tragedia! E quante umiliazioni! Il bello è che non c’è proprio nulla di strano in tutto quanto sopra. È la perfetta e quotidiana normalità. La politica, infatti, è soltanto uno degli infiniti campi dell’attività umana, ed è quindi normale che, essendo troppi, su diecimila cittadini ci siano forse dieci persone veramente esperte. Dieci, cioè, che vedono, mentre tutti gli altri sono dei poveri ciechi che hanno bisogno di rumore.
Non ci credete? Prendiamo la medicina, ad esempio! Quanti sono gli esperti? Se il nostro medico, ad esempio, ci consiglia un certo prodotto, ma nel cercarne il nome su internet non riusciamo a trovarne nemmeno la parola, non cominceremo a sentirci sulle spine? Un principio attivo, a chi non è dottore, non dice assolutamente niente, siamo ciechi, e quindi vogliamo due parole (almeno due), che creino quel poco di rumore, quel minimo di brusio. Nessun cittadino, che non sia un ingegnere o un super meccanico, comprerebbe l’auto di un’azienda che ha un sito internet senza foto, senza filmati, senza inviti ad acquistare, ma dove però si possono scaricare freddi disegni tecnici. Tutti vogliono rumore su tutto, vogliono musiche, immagini, gente, feste, avvenimenti, personaggi, proprio perché tutti sono ciechi su quasi tutto, e hanno bisogno di quella sicurezza che possono raggiungere solo attraverso delle “scorciatoie”. È banale, ma logico: «Se c’è tanta gente, e nessuno protesta, allora funziona». Ovviamente, le organizzazione commerciali, industriali e quindi anche politiche sono sempre in azione.

«Avanti, avanti, prego, così, avanti!».

«Sì, lei, venga qui, avanti, avanti, non si giri».

Dunque, è giustissimo che la politica prosegua col suo solito miserabile andazzo, e il cittadino non ha alcuna colpa di quello che poi succede. Purtroppo, votare non è come andare a comprare l’auto, che ognuno se la sceglie come gli piace ed in base alle competenze tecniche. L’auto è una sola, viene scelta da tutti, e se la gente di auto capisce poco, e si fa anche abbindolare, quella sarà la solita miseria che costerà il doppio o il triplo del normale. La politica, a differenza della medicina, dell’ingegneria, della liuteria, dell’agricoltura, è soltanto uno di quei pochi argomenti, come il calcio, dove tutti ritengono di poter dire la loro. Ma dalla verità – gira e rigira – è questa: i ciechi sono la stragrande maggioranza, e quindi cieca dovrà essere la stragrande maggioranza degli eletti. È il famoso teorema delle pecore brucanti giù in valle, che scelgono come pastori altre pecore brucanti giù in valle (o al massimo, sulle prime pendici della collina).

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Ma no, tranquilli!

A tutto c’è rimedio.
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Davvero? Persino ad un problema così “titanico”?

Certamente! È vero che laggiù – ahimè – si guida a zig zag, e che bisogna proprio far così per evitare le pozze d’acqua profonda, i rinoceronti, i leoni, eccetera; però, prima d’andare a votare, cioè prima di decidere la direzione chiara e concreta dei cinque successivi anni di legislatura, è sufficiente che tutto il gregge salga per breve tempo sulla collina. Là, mentre bruca a mezza costa – o appena più sotto, o quasi in cima, o a due terzi – potrà facilmente guardarsi attorno. Visto finalmente l’orizzonte, compresa la situazione, afferrata la direzione da prendere (e visti pure i lupi trotterellare da est), potrà poi scendere serenamente a valle per votare con piena coscienza. Il camion delle pecore, il giorno dopo, saprà dove esattamente andare.

Una soluzione eccezionale, magnifica, e fantastica?
Ma no, assolutamente! Anzi, non è nemmeno una soluzione, perché il problema viene risolto da un’altra parte, a monte. La politica non ha mai previsto i ciechi proprio perché questi non possono per principio esistere. Se il popolo è sovrano (Art. 1 della Costituzione), allora ogni cittadino è re, e se è re vedrà tutto per forza. Se no, che razza di re sarebbe?! Con la Riforma, i cittadini diventano veri e propri regnanti, e quindi padroni, gente che guarda semplicemente in casa propria, e che quindi si ritrova in una situazione facile, familiare, domestica. Con l’identità finalmente rispettata, le distanze si accorciano: il cittadino è a casa, nel palazzo, e comanda. Cosa vi sarà mai di difficile? Partendo dai problemi di “potere” lasciati aperti dalle rivoluzioni ottocentesche, e risolvendoli, tutto diventa banale.

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La collina della politica non è l’unica del paesaggio.
Nell’universo non c’è mai nulla di finito e le colline sono quindi a perdita d’occhio.
Ognuna però ha un ben preciso nome scritto in cima: collina dell’eleganza, della bontà, della musica, della scultura, del disegno, della pittura, della ginnastica, del sapersi relazionare, del saper intuire i sentimenti degli altri, del saper gestire gli affari, del saper comandare, del saper parlare, della santità, del saper analizzare i problemi, del saper produrre sintesi, del coraggio, della bontà, della virtù, della strategia, del bene, del dare l’esempio, della freddezza nei momenti di pericolo, dell’empatia, della premonizione, del ragionamento logico, della gestione degli uomini, della gestione delle risorse, della tattica militare, della scultura, dell’istinto, della cucina, della disciplina…
Le colline sono miliardi, e in cima ad ognuna di loro (proprio nel punto più alto), ci stanno pochissime pecore. A volte una.
Perché questo fenomeno? Perché gli uomini, quando crescono, fissano ad un certo la propria percezione in una particolare direzione, e per tutta la vita continueranno a guardare soltanto lì. Fate una foto ad un gregge di pecore, ad esempio, o a della gente seduta in piazza, e vedrete che nessuno sta guardando nella stessa precisa direzione. Questa direzione – dunque – sarà “la sua collina”, perché, per la persona, davanti a lei sarà tutto sempre chiarissimo, banale, ovvio, conseguente, mentre il resto resterà sfumato e fuori campo.

La conseguenza?
Eh, la conseguenza è che ogni persona, vivendo in cima alla propria particolare collina, vivrà tutta la vita circondato da ciechi e quindi da perfetti imbecilli. Ciechi che gli chiederanno spesso dei pareri (perché non vedono nient’altro che i pochi centimetri d’erba sotto il naso), ma che però, proprio in quanto ciechi, dimenticheranno subito, o non sapranno applicare bene. La conseguenza è la solitudine assoluta, insomma, una specie di maledizione. Per fortuna che le colline vicine – almeno questo! – sono simili tra loro e che a mezza costa (ma anche un po’ più giù e un po’ più su) c’è sempre molta gente, se no ci sarebbe da spararsi. La natura chiama questa tremenda disposizione delle cose “Difesa a 360° sferici contro la morte”. Dice che così – e soltanto così – tutto è perfetto e funzionale, perché la morte attacca sempre da ogni parte e quindi ogni pecora deve saper vedere qualcosa di speciale e saper fare qualcosa che gli altri non possono.