FANTOZZI E I SOVRANISTI

Il primo vero contatto politico di Popolo Sovrano, ufficiale e con tanto d’incontro pubblico, avviene a Firenze nell’autunno del 2017. Il raggruppamento sovranista “Unione di Scopo” ha dato appuntamento ad una trentina di rappresentanti di movimenti ed associazioni in un ottimo ristorante di via del Ponte alle Mosse (I Templari). 
Io e Roberto, il segretario del partito, viaggiando sulla risparmiosa Smart diesel, siamo giunti in anticipo da Cremona, e impieghiamo così qualche minuto a presentarci e a guardarci attorno. Già che ci siamo (visto che bisognerà attendere i soliti ritardatari), rileggiamo la versione più ampia ed articolata del programma pubblicato giorni prima sulla pagina Facebook. Tiriamo un sospiro di sollievo: tutti i punti collimano ancora. Il programma di Popolo Sovrano è per la verità molto più vasto, molto più radicale, ma non c’è assolutamente niente che non potremmo sottoscrivere (magari temporaneamente, magari intanto che si fa la rivoluzione, ma nulla di stonato).

La riunione comincia, e tutto procede sotto i migliori auspici. C’è pure un lungo commento via Skype da Roma sulla difficoltà di raccogliere le 100.000 firme, cui segue un dettagliato rapporto sulla complessità del Rosatellum. Chiuso il collegamento, ecco che tocca alle varie rappresentanze di presentarsi ed illustrare il proprio programma. Il caso vuole che tocchi proprio a Popolo Sovrano l’onore di cominciare. Bene! Serve solo qualche secondo per entrare nel sito del partito, e sullo schermo cominciano a girare e rigirare – una ogni cinque secondi – le slide della home e delle altre pagine del menù. Mentre comincio a parlare, ogni tanto mi giro a guardarle.

“Scomparsa delle tasse” – “Stato ed Enti mantenuti dal solo prodotto” – “Conto Sovrano ad ogni cittadino” -“Accise e gabelle subito restituite” – “Azzeramento automatico della corruzione pubblica” – “Azionisti del sistema” – “Tetto annuo alla spesa pubblica”… Mi fa molto piacere essere assistito da questi messaggi, perché spiegare una rivoluzione in dieci risicatissimi minuti è un’impresa titanica. Quando alcuni giorni prima, a cena, avevo tentato di spiegare ad un professore cosa fosse in essenza Popolo Sovrano, con mia grande sorpresa m’ero accorto di averci impiegato non meno di un’ora e mezza. Invece, due anni prima, quando spiegavo ai commercianti il nuovo mondo di Seconda Linea (il sito che due anni dopo ispirerà il Manifesto), bastavano solo tre minuti: al primo non capivano nulla, al secondo cominciavano ad intuire, e al terzo gli brillavano gli occhi. Adesso, dopo l’immenso lavoro fatto nella prima metà del 2017, un’ora e mezza potrebbe anche non bastare.

Dal tavolo che fronteggia l’uditorio, e sbirciando il foglio preparato il giorno prima, tento di dare un senso logico ai sei durissimi mesi di lavoro per la creazione del Manifesto. All’inizio non sembrano esserci dei problemi; tutti ascoltano in silenzio, e la spiegazione procede normalmente. Ma ecco che, trascorsi più o meno dieci minuti, mentre le slide continuano a girare lente, succedono due fatti imprevisti. Dalla sala parte a bruciapelo una domanda quasi irritata, che mi interrompe a metà d’una frase. È una domanda semplice, che capisco bene, ma che non riesco ad inquadrare nella sua importanza. Il mio interlocutore vuole sapere se lo Stato debba o non debba stampare la propria moneta. Rispondo qualcosa (probabilmente «Sì… no… Ma in fondo è lo stesso») e proseguo. L’attacco parte però anche da altri convenuti, e in modi altrettanto decisi, al punto che, in pochi secondi, il messaggio di fondo è fin troppo evidente: «Che ci fate voi qui?! Cosa siete venuti a fare?!».

Le domande arrivano rapide da più punti della piccola assemblea, ma io, convinto che molti aderenti ad Unione di Scopo abbiano scaricato il Manifesto per controllarne il pensiero, non riesco a capacitarmi della sorpresa. Ma il problema vero è che non intuisco i contorni del discorso, non capisco nemmeno dove si stia andando a parare.

Sia chiaro: le domande che mi sta ponendo l’assemblea sono d’una banalità assoluta. Questo è un incontro di sovranisti e la platea – a buon diritto – chiede semplicemente se Popolo Sovrano sia a favore dell’idea che una nazione stampi la sua propria moneta. Che c’è di difficile in questa domanda? Non è esattamente quello che vogliono tutti i sovranisti del mondo? La platea vuole anche sapere se a noi interessi l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, e anche questa è una domanda più che legittima. Io, però, non riesco a pronunciare chiaramente un sì o un no.
Ovvio che l’indecisione mandi tutti fuori dalla grazia di Dio.

Il messaggio arriva quindi diretto: «Chi vi ha invitato qui? Cosa siete venuti venuti a fare? Volevate forse farvi della pubblicità gratuita? Voi non siete affatto dei sovranisti! In più, siete degli incompetenti totali in campo economico».
La platea aggredisce con tutte le ragioni del mondo. Se il presidente d’un partito che si definisce “di sovrani” e neppure “di sovranisti” nemmeno capisce la questione della sovranità monetaria (o la ritiene indifferente), allora non solo qualcuno ha tentato di mischiare l’olio con l’acqua, ma Popolo Sovrano non è nemmeno all’ABC dell’economia finanziaria.

Gli attacchi proseguono finché, accorgendosi che nessuno dei presenti ha dato la minima occhiata al Manifesto, Roberto esplode. Se è vero che è difficile spiegare una rivoluzione in dieci minuti, ancor di più lo sarà il capirla, vero? E dunque, perché attaccare in modi così brutali? Nasce così un’accesa bagarre fra Bonezzi e alcuni esponenti di spicco di Unione di Scopo, gente politicamente impegnata, economicamente molto preparata, ma soprattutto ben decisa a non ascoltare una parola di più.

Io, dal canto mio, sono ormai nel pallone totale. Durante la bagarre provo a spiegare che, non potendo più fare debiti, lo Stato nemmeno dovrà più chiedere prestiti alle banche, né stampare moneta. Ma la platea (lo capirò più tardi), invece di calmarsi insorge ancora di più, perché a questo punto non solo non esisterebbe più una moneta sovrana, ma nemmeno un’economia di Stato. Popolo Sovrano – in sintesi – sta proponendo una paralisi addirittura superiore a quella imposta dall’Europa! È il caos! Cerco anche di spiegare (almeno mi sembra d’averlo fatto) che per noi il Parlamento è solo un maggiordomo, un esecutore della volontà dei padroni, un’entità che deve stare lontana dai nostri portafogli. Ma questo non calma affatto le acque, anzi!

Mi accorgerò soltanto poi che la mia difficoltà a capire ha ragioni molto ma molto più antiche. La confusione che sto vivendo, infatti, è data dalla fortissima sorpresa che provo nell’accorgermi di come, durante i sei mesi di profondo lavoro attorno al Manifesto, le immense e titaniche questioni della sovranità monetaria non siano mai emerse (o, se sono emerse, sono state di sicuro liquidate in pochi istanti). E questo m’appare, in quei minuti di bagarre, quanto meno assurdo e grottesco. Che cos’era di fatto successo in quei mesi? Perché non avevamo mai trattato problemi così importanti? La sensazione che in quel momento provo è la stessa dell’ingegnere che, dopo aver costruito il sommergibile, a varo già effettuato si senta chiedere: «Scusi, ingegnere, in torretta manca il portellone. Come facciamo a chiuderci dentro?»

Fortunamente, dopo dieci minuti di incomprensioni ed accuse, viene per tutti il momento di abbandonare la riunione: è ormai già l’una, dobbiamo tutti andare a tavola. La questione è quindi interrotta – anzi, fortunatamente interrotta – per abbandono. Il ristorante è davvero ottimo, scopriremo anche che i prezzi sono ragionevoli (io e il segretario siamo sempre in bolletta), e qualcuno dei convenuti ne approfitterà per farci dei piacevoli complimenti.

“Le idee di Popolo Sovrano sono rivoluzionarie, probabilmente hanno solo il difetto di essere troppo avanti, tenete duro, chissà che un giorno…”. Assieme ai complimenti, m’arriva pure alla mente la risposta che avrei dovuto dare. Quella rivoluzionaria, che avrebbe ammutolito tutti: «A noi di Popolo Sovrano non interessa nulla del fatto che lo Stato debba o non debba stampare moneta. Come vi abbiamo detto all’inizio, noi siamo sovrani, non sovranisti. Per noi il Parlamento è soltanto un sottoposto, uno stipendiato, uno che ci rappresenta, ma che col nostro portafogli non niente a che fare. E quindi, che problema c’è se il Parlamento dà l’ordine di stampare soldi? Che stampi pure! Basta che durante la notte successiva il nuovo denaro sia inviato sui Conti Sovrani di noi padroni. Saremo noi sovrani, noi proprietari, noi titolari della somma a decidere se tenercela in tasca o utilizzarla per le finalità che i “servi” ci suggeriscono! Problemi? Ma quali problemi?!? I problemi ci sono sempre e soltanto se permettete ai servi di mettere le mani in tasca ai padroni!».

Questa sarebbe stata la risposta giusta, rivoluzionaria e irresistibile! Con pochissime parole, avrei dimostrato come per noi il problema era irrilevante non per completa ignoranza dell’economia, ma perché avevamo nuovi principi e nuove identità. La risposta (ovviamente) non avrebbe convinto nessuno, perché il ruolo degli economisti diventava a quel punto nullo; e questo era addirittura inconcepibile. Però, avrebbe gettato un po’ di barili d’olio fuori dalla nave, generando in chi ascoltava la sensazione che il Manifesto andasse letto prima di parlarne.

Tra una portata e l’altra, comunque, questo è stato proprio il messaggio che io e Bonezzi abbiamo cominciato a far circolare. Scopriremo poi che, a parte quelli che ci lodavano, nessuno capirà realmente la rivoluzione di Popolo Sovrano. Andandocene via, però, avremo la netta la sensazione d’esserci almeno chiariti su qualche punto.

Ma…

Ma…

Ma non è tutto!

Eh no, manca qualcosa!

C’è stato anche un altro fatto, che probabilmente nessuno ha osservato, o ha magari inquadrato tra le cose banali e sempre possibili. Un fatto che non direbbe niente a nessuno, ma che a me, attentissimo ai messaggi in bassissima frequenza, dice un mare di cose.

Chi ha letto Seconda Linea sa che le sue pagine sono andate in rete sotto una strana stella. Il primo articolo del blog, infatti, quello simbolico, che doveva annunciare a tutti la nascita d’un nuovo modo di pensare, poteva già uscire assieme a tutto il resto proprio la sera del 1 aprile 2015. Per l’argomento avevo solo l’imbarazzo della scelta; invece, da giorni, un’ossessione si era impadronita di me. Su uno dei miei vecchi computer avevo una lettera a Paolo Villaggio: lettera mai speditagli, da anni bloccata lì, e che per nessun motivo avrei utilizzata come simbolo di un lavoro che, fra approcci mentali e realizzazioni pratiche, m’era costato almeno cinque mesi di sforzi. È vero che il sito di Seconda Linea si apriva – allora come tuttora – con l’immagine d’un pastore che gioca con le pecore e il suo cane belga. Ma mai e poi mai le mie idee, che con così grande fatica ero riuscito ad organizzare in modi logici, sarebbero state “sporcate” da un richiamo fin troppo facile al più popolare “pecorone” d’Italia. Mai e poi mai (fra l’altro) avrei compiuto un simile gesto di superbia! Ma l’ossessione insisteva, non voleva lasciarmi: “Usa quella lettera! Usa quella lettera!”. Così ho resistito, resistito, ma poi, per una serie di coincidenze, sono stato costretto ad utilizzare il rag. Fantozzi.

Dunque?

Dunque cosa…?!

Che succede durante la prima riunione politica di Popolo Sovrano? Propio durante il suo primo vero contatto? Succede qualcosa di clamorosamente fantozziano. Qualcosa che io, personalmente, ho sempre ritenuto un’esagerazione teatrale, un grossolano artificio della commedia italiana. Scopro infatti, con sorpresa ed orrore, che la salivazione azzerata esiste, eccome se esiste! Proprio quella di Fantozzi, quella che assieme agli altri “mostruosi fenomeni” impedisce di parlare normalmente e conduce a comportamenti assurdi.

Io sono timido, ma non ho mai sperimentato la salivazione azzerata. Ho dovuto spesso parlare in pubblico, e non ho mai avuto problemi: nei Collegi Docenti, ad esempio, nei Consigli di Classe, in riunioni commerciali, in conferenze pubbliche (quando cioè il relatore invita i presenti a fare domande); ho anche parlato in TV; e, di recente, durante gli incontri pubblici di Popolo Sovrano, quando ho dovuto spiegare e rispiegare la meccanica della Riforma.

Ora, invece, per la prima volta in mia vita, sperimento la salivazione azzerata di fantozziana memoria. La bocca mi s’asciuga piano, lentamente, si stringe fisicamente, fatico sempre di più a pronunciare le parole, è come se avessi inghiottito dell’allume di rocca… Sono costretto a bere un bicchiere d’acqua, ma le labbra tendono a chiudersi a culo di gallina, e non riesco quasi più a pronunciare le singole vocali e consonanti. Una cosa folle! Le persone che ho davanti sono poche, in mano ho il foglio, quindi la traccia, le slide a fianco stanno facendo il loro lavoro, non sono agitato, sono molto contento d’essere lì, e per di più (questione piacevolissima) fra un po’ sarò a tavola. Massima tranquillità, dunque! E invece no! Il mostruoso fenomeno procede lento e inarrestabile. Prima ancora di subire l’attacco verbale ho la sensazione d’essere diventato una specie di macchietta.

Il fenomeno rientrerà già prima che finisca la bagarre. Subito dimenticato, mi verrà in mente solo durante il ritorno a casa. Naturalmente, riderò molte volte dentro di me. Lo spirito nazionale aveva colpito ancora! Il rag. Ugo Fantozzi, totem dell’italico pecorone, si era nuovamente manifestato. Così, mentre guidavo verso Cremona, non m’era rimasto che inchinarmi con la mente e l’anima alla volontà universale.

Nei mesi successivi non succederà nulla di collegabile allo strano fenomeno. Finché, tre settimane fa, non s’è deciso in riunione che Popolo Sovrano doveva assolutamente dotarsi d’un ricco blog per coinvolgere la gente nei vari passaggi della Riforma. Sono passati i giorni, ma io non sono riuscito a scegliere neppure uno fra le  migliaia di argomenti possibili. Per giorni e giorni la resistenza interiore ha continuato imperterrita, ostinata, finché, ad un certo punto, ho capito.

Ieri, presa la decisione di dedicare questo articolo al nostro più grande Maestro Italiano, le mani hanno cominciato a volare sulla tastiera. Se lo spirito del pecorone italico vuole essere presente, essere chiaramente citato, essere il testimone di tutta l’opera di Popolo Sovrano, allora lo sarà. Il resto, lo sappiamo, verrà da sé.

Chi volesse indagare e capire più profondamente, clicchi qui. Siamo… un poco dopo il 1 aprile 2015. Ho dovuto riattivare un paio di vecchi computer, rintracciare quella lettera, scriverci attorno quella nuova, e quindi pubblicare.

Devo augurarvi una buona lettura? Dipende! Se siete dei cartesiani, perderete solo tempo.

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Stamattina 16 aprile, appuntamento al bar col segretario per l’approvazione dell’articolo, compro il giornale. Che ci trovo a pagina intera? La benedizione Urbi et Orbi 🙂 

Link a: IL CORRIERE DELLA SERA