IL TERZO CURIOSO MOMENTO DEL MANIFESTO – LE PARTECIPATE

Come visto nell’articolo Ecco perché non puoi considerare Popolo Sovrano un partito uguale agli altri, la Riforma non è scaturita dall’avere delle idee, ma, al contrario, dal non averne. Nei sei lunghi mesi di lotta tra “teoria” e “pratica”, “soluzioni folli” e “dati reali”, la logica, nel prendere il sopravvento, ha creato tre strane ed impreviste situazioni. In altre parole, i “non ideatori” si sono ritrovati così lontani dai sentieri normalmente battuti che hanno dovuto fermarsi a fare il punto.

 

Il problema delle Partecipate: accontentarsi?

di Claudio Bettinelli e Roberto Bonezzi – Questo particolare “terzo momento” è arrivato un mese prima della conclusione del Manifesto. Il titanico problema delle Partecipate non era stato affrontato, e si preferiva pensare che fosse già risolto.

Gli eventuali guadagni di fine anno, infatti, azionari o di cassa, sarebbero stati accreditati sui Conti Sovrani dei Cittadini Padroni, e ci si poteva fermare lì. Potevamo insomma accontentarci del fatto che ad incassare il surplus fossero solo i cittadini e non lo Stato.

Una soluzione un po’ tirata per i capelli, ma solo a causa dell’enorme variabilità di queste Partecipate, e non concettuale.

Accontentarsi o affrontare il vaso di Pandora?

Accontentarsi era anche la soluzione per non scoperchiare il vaso di Pandora. Nella logica di Popolo Sovrano, infatti, i servi non possono fatturare a loro nome.

Volendo essere “rigidi”, quindi, si spalancava un problema colossale. Le ferrovie non avrebbero mai potuto far pagare i biglietti, le varie aziende dell’acqua mai incassare un centesimo, quelle del gas mai fatturare, e così via per tutto, come se ogni Servizio fosse la Scuola o l’Ospedale.

Nelle Partecipate, invece, essendo il capitale un po’ pubblico e un po’ privato, si andava a salvare capra e cavoli. Quel che non potevano fare gli statali (fatturare), lo facevano i privati.

Le Partecipate come perversa ibridazione dei ruoli

Qualcosa, però, non tornava. A parte lo sterminato ginepraio di Partecipate da controllare comunque (alcune centinaia rispondono al mercato, altre ad investitori locali, altre allo Stato, altre ad Enti locali, altre a Non Si Sa A Chi, e via così fino a forse un po’ meno di diecimila), perché mai  avremmo dovuto permettere a dei servi di fare – per l’eternità – i “commercianti coi soldi dei padroni”? Uno Stato non è un’azienda che, se va male, si può vendere; l’impeccabilità è la conditio sine qua non.

E poi… Dov’erano finite tutte le splendide ed immense proprietà del re? La pancia continuava a brontolare, ma non c’era niente da fare.

Sembrava proprio un problema senza soluzione.

Partecipate? Ecco che la logica vince su tutto!

Invece, affrontandolo con decisione, in tre soli febbrili giorni, la risposta è arrivata facile e diretta.

Gli Enti dovevano diventare unici, acquisire quindi un budget all’inizio della legislatura, emettere solo gabelle durante il lavoro, e – ogni cinque anni – relazionarsi coi padroni.

Così facendo – sorpresa delle sorprese – i quattro parametri padronali  di ogni tornata elettorale (Tetto Massimo per lo Stato, Percentuale per stipendi pubblici, Percentuali per i singoli Ministeri, Aliquota Unica su tutti i prodotti e servizi), parametri già decisi mesi prima, avrebbero esplicato tutta la loro forza. E in costante crescendo.

In sintesi

Enti Unici significava quindi un ente solo per tutte le strade l’Italia, un ente solo per l’acqua, un ente solo per i trasporti su rotaia, un ente solo per i trasporti pubblici nelle città, un ente solo per la nettezza urbana, un ente solo per il gas, un ente solo per l’elettricità, un ente solo per la telefonia, ecc..

Dieci o quindici Grandi Enti in tutto, e quindi dieci o quindici interlocutori diretti con i Cittadini Padroni in sede pre-elettorale. Questo era fantastico perché non c’erano più i politici di mezzo.

Per cinquant’anni l’Italia era andata nella direzione contraria perché tutto quello che è pubblico è fallimentare. La logica, invece, diceva a noi che ora il rapporto tra i sessanta milioni di sovrani e i loro Servizi sarebbe diventato – elezione dopo elezione – sempre più diretto e di generale soddisfazione.

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La favola del “pubblico = inefficiente” crolla immediatamente quando si viene ricoverati in ospedale. Lì, anche senza essere dei geni, si capisce subito che a livello tecnico funziona tutto, e se ci sono dei limiti, questi sono stati posti dai politici.

Decenni fa, guarda caso, il livello tecnico che aveva la diretta responsabilità delle reti elettriche, telefoniche, idriche, ferroviarie, postali, autostradali eccetera, lavorava bene, senza dare problemi, proprio perché tecnico.

È intuitivo, no? Se commetti un errore nel posare le traversine, ci saranno cento morti. Se sbagli nel cablare la rete, non arriverà l’autoambulanza. Se fai con superficialità i calcoli della diga, distruggerai la valle.

Dunque, non è stato affatto questo livello a trascinare le proprietà reali nel disastro, ma quello politico, che non ha saputo né voluto arginare i facili problemi di destabilizzazione a cui vanno incontro tutte le aziende e le organizzazioni del mondo. Ora, però, dei politici non vi sarà mai più bisogno.