L’escamotage di Becchi

Articolo del prof. Becchi sul quotidiano "LIbero"

Avete mai letto sulla Pravda l’articolo d’un letterato che spiega perché i Soviet non funzionano, ma come possono però essere migliorati? Anche se non avete mai vissuto a Mosca, leggendo il professor Becchi potrete capire cosa provava – ogni tanto – un cittadino dell’ex impero sovietico 🙂

Per l’articolo di Becchi: Montesquieu “sovranista”

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22 marzo 2019 – Paolo Becchi è un professore vero, spietato, razza rara, ma nel suo scritto del 17 marzo scorso, pubblicato da Libero, fa il funambolo. Non disponendo infatti d’un rivoluzionario metodo di pensiero, per proteggere l’Italia dagli sciocchi del country club Europa finisce col seguire le orme degli aristotelici, quegli eruditi che, difendendo un universo “debole”, dovevano poi fare il triplo salto mortale quando i pianeti tornavano indietro.

Pesta quelle orme – va precisato – commentando Montesquieu. Ma finché spiega che ogni popolo ha il suo “spirito”, e quindi dovrebbe avere un suo specifico universo di leggi e di istituzioni, costruito attorno a sé, cioè alle caratteristiche sue proprie, e non “studiato astrattamente”, i ragionamenti non fanno una piega. Sono sensati persino a livello di massime strutture, dove i contrattualismi alla Hobbes e Rousseau rischiano davvero l’astrazione.

Se la sovranità è in essenza “cessione” di potere da parte del popolo, infatti, la faccenda si ferma brutalmente lì. Inutile elaborare “poi”, perché per storia, istinto, religione, credenze eccetera, ognuno può cederla come e a chi meglio gli pare. Nulla vieta infatti ad un popolo di cederla allo sciamano perché parla coi morti, o alla Baba Yaga della palude perché conosce l’esito della battaglia, o al primo che per caso passa sotto le porte della città, oppure agli anziani del villaggio, o ai re, imperatori, cesari, zar, khan, faraoni, assemblee sovietiche, assemblee democratiche, etc. Nulla impedisce addirittura che la cessione duri una vita intera, un quinquennio, un anno, un mese, una settimana, un giorno.

L’ESCAMOTAGE DI BECCHI

L’indeterminazione di fondo, però – già super ultra mega formidabile – diventa con Becchi addirittura, trucco, artificio, escamotage.

Sfruttando la scia, infatti, il professore arriva a sostenere che nei nostri sistemi la sovranità è “introvabile” perché “non è un potere tra gli altri poteri”, ma piuttosto il “legame esistenziale” tra il popolo e le istituzioni. Legame quindi tutto da sondare, scoprire, accarezzare, stimolare, immaginare, evocare, eccetera.

La famosa sovranità che appartiene al popolo, con Becchi diventa addirittura “formula astratta”, e l’affermazione – anche se determinata unicamente dall’evidente impercorribilità della strada – è alla fin fine un banale trucco logico. Esattamente come – per gli aristotelici – era un magnifico trucco pensare il sistema copernicano come pura teoria matematica, cioè un’astrazione buona solo a facilitare i calcoli (in questo caso, a dare ai popoli l’illusione di governare).

La verità logica è un’altra. Il punto di arrivo di Becchi, in realtà, può essere solo il punto di partenza. Non è data un’altra possibilità! Non si “arriva a Copernico”; si “parte da Copernico”. In Italia, ad esempio, la “sovranità” è stata data al popolo con pesanti passaggi logici (senza attendere qualcuno sotto le porte, e senza nemmeno la profezia della Baba Yaga), ma è stata data. Punto! Così si è deciso, e quindi la sovranità “è del popolo”, non “sta in qualche legame”, e si parte a ragionare solo da quella. Che poi non si riesca a farla funzionare, eh beh, questa è tutt’altra faccenda.

L’uomo adulto che non riesce ad esprimersi, o ha qualcosa che gli blocca la gola, o è proprio fatto così: cioè, “non può”! Rimirando la nazione, quindi, o siamo in presenza d’un gigantesco handicappato di cui dobbiamo interpretare con fatica le volontà, le caratteristiche, le peculiarità, le desiderata (tentando in qualche modo d’accordarci con quella che solo probabilmente sarà la sua volontà), oppure siamo in presenza di una situazione da sbloccare.

In un caso andremo a soccorrere un debole che ci ringrazierà con un fil di fiato (o addirittura – causa il suo status – nemmeno con quello), mentre nell’altro, invece, ci ritroveremo davanti a un re che si alzerà piedi e darà potenti calci nel sedere a tutti quelli che non eseguono le sue desiderata.

(I re, quando non fai quel che vogliono, ti tagliano la testa).

LA CURA DI BECCHI

La cura di Becchi – proprio in quanto proposta con nobili intenti – è speculare a quella di Le Bon, perché il malato resta tale, ma la situazione migliora: il francese insegna a blandire le masse degli elettori per condurle senza dover usare l’artiglieria; Becchi invece le studia per tentare, da ottima persona qual è, di capire cosa realmente vogliano (e difendere la nazione dai pasticcioni di Bruxelles). Un metodo è per così dire “astuto”, ma l’altro, sia pure tutto “virtuoso”, “onesto”, “concreto”, parte comunque dal concetto che il popolo, nel giorno elettorale, non potrà mai  esprimere neppure il dieci per cento del suo potenziale.

Il “malato”, insomma, è irrecuperabile.

Montesquieu non sa dove stia la “sovranità”. Non è però un autore “sotterraneo”, ma prudente. Sa benissimo che sta nel popolo; proprio come Becchi sa benissimo che sta nel giorno elettorale. Montesquieu fa quel che può: “tace”. Chiaro però che con i “fa quel che può” e con i “tace” gli aerei non volano, i motori non girano, i malati non guariscono, e gli uomini non vanno sulla Luna.

Se la volontà espressa da quel particolare giorno è troppo scarsa, e troppo vaghe sono le desiderata, e troppo astratte le peculiarità emergenti, allora bisognerà potenziarlo. Se il motore di Barsanti e Matteucci fosse rimasto tal quale, oggi andremmo tutti a cavallo.

Le conclusioni finali di Becchi, quindi (tralasciando qualsiasi nesso con l’Unione Europea, la palla al piede creata da uomini minori e diversi), sono corrette solo accettando l’infermità eterna e assoluta. Giustamente (vedi la sua 1a conclusione) “il sovranismo non potrà mai essere una teoria della miglior forma di governo”, e giustamente (vedi la sua 2a conclusione) “il sovranismo non pensa la sovranità come un potere supremo”. Per forza! Accettando quelle premesse, non si avrà mai né un vero governo del popolo né un potere supremo. Ci sarà sempre una finzione matematica, un malato, un legame da scoprire, un re da dissequestrare ogni cinque anni, un…

In conclusione? Solo il SECONDO CONTROLLO ELETTORALE porterà i popoli democratici fuori dall’impasse.Delfino