Prima critica al Manifesto: finanza e linguaggio

È vero che per un osservatore esterno la Riforma non è nient’altro che un diverso giro di denaro (com’è vero – ahimè – che il Manifesto è assai pesante da leggere). Tuttavia, non sono pervenute critiche alla logica di base. 

.

Di Claudio Bettinelli – A quasi due mesi dalla costituzione del Partito – e quindi dalla pubblicazione del Manifesto – i commenti alla Riforma sono stati positivi dal punto di vista della logica: è inattaccabile, ineccepibile dal punto di vista astratto, e simili.

Qualcuno ha però parlato di sola riforma finanziaria (non politica), gettando noi fondatori in uno strano sconcerto. Durato poco, per la verità, perché è vero che la Riforma parte da granitiche questioni di identità, ma proprio per questo la faccenda diventa subito pesantemente finanziaria. E dunque, anche se la critica non è vera “alla base”, resta comunque più comprensibile.

Le sole perplessità a cui non abbiamo saputo dare risposta sono state quelle relative al linguaggio utilizzato. Non perché brutale (l’intento d’imprimere nella mente le tre famose figure di base è più che chiaro) quanto piuttosto per la ripetitività; certi termini (servo, padrone, alleato) non si limitano a suggerire ed evocare, ma voglionopretendono, impongono ed alla fine schiacciano e stancano.

Più che corretto! Quando una persona, giunta a pagina 10, ha già capito l’antifona del “Io sono il re, voi invece i miei servi, e quelli i miei uomini”, ripeterglielo fino alla 48 è crudeltà.

Vedremo quel che si potrà fare (molto probabilmente, niente). Per il momento, comunque, non sono pervenute critiche alla logica di base; e questo è quel che conta.