Seconda critica al Manifesto: l’esperimento

Galileo e l'esperimento

.Il problema dell’Italia sta nell’intricatissimo groviglio delle leggi, e un esperimento locale non potrebbe mai essere realmente impostato. Se comunque attuato, non sarebbe un vero esperimento perché troppo prevedibile. 

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È giunta un’altra critica al Manifesto,  e anche stavolta la logica non è in questione perché il documento è stato anzi ben accolto. C’entra invece il metodo operativo. Chi parla è un ingegnere.

«Secondo me bisognerebbe procedere per piccoli passi, facendo prima di tutto un esperimento. Non vanno bene le cose troppo grandi, quelle che passano di colpo “dal nulla al tutto”. Io, ad esempio, prenderei un Comune solo, o una Provincia sola, e procederei per un anno o due, vedendo cosa realmente succede».

Concettualmente, niente da eccepire. Dal punto di vista metodologico, il ragionamento non fa una piega.

Galileo, quando si mise a ricercare le legge di caduta dei gravi, dovette infatti creare “isole felici”, cioè piani perfettamente inclinati, di certe perfette misure, con sfere assolutamente perfette, in ambiente perfettamente tranquillo, per fare e rifare le prove fino ad essere sicurissimo dei rapporti matematici.

Tutto giusto, quindi. (E pure facile da capire! Chi di noi salirebbe su un areo progettato dai fratelli Wright per cento passeggeri?! Il loro trabiccolo era già pericolosissimo per una persona sola, figurarsi per cento). L’obiezione è quindi logica e nella norma.

Per Popolo Sovrano, però, il punto è un altro. 

Noi italiani non siamo affatto come lo scienziato che guarda le stelle e traccia nuove ipotesi. Non dobbiamo proprio studiare nuove scienze e sondare nuove possibilità. Che dobbiamo fare?

Semplicemente entrare in possesso delle nostre proprietà, e pure prima che sia troppo tardi. Quindi, se proprio volessimo fare un paragone, siamo come Alessandro a Gordio davanti al nodo assolutamente inestricabile, studiato apposta per non essere mai sciolto. Sì, proprio come il condottiero, con davanti i Persiani decisi a farci a pezzi, e dietro, una vera armata di statali impiegatizi da mantenere a tutti costi.

Non c’è alcun esperimento da fare, quindi. Ovvio! Chi è che, avuta da un notaio la notifica d’essere il potenziale erede di una fortuna, si mette a fare esperimenti? Se deve lottare, lotta, ma non fa lo scienziato.

La contabilità di tutti gli Enti, poi, compresa quella dei piccoli comuni, è talmente aggrovigliata con tutto il restante sistema, che risulta impossibile procedere ad un isolamento “sperimentale” senza rendere automaticamente nulla la prova. Il problema, infatti, sta proprio nel groviglio, nel nodo, e non nel cattivo funzionamento, che è solo conseguenza.

E comunque, anche se si volesse procedere nell’esperimento, tutto a questo punto risulterebbe fin troppo prevedibile. Se il Comune o la Provincia, ad esempio, risultassero in difficoltà ricevendo i soldi “un po’ tutti i giorni” (l’unica vera anomalia), anche quello non sarebbe un problema, perché le Forze dell’Ordine, come previsto dalla Riforma, potrebbero prelevare dalla liquidità residua persino gli importi per tutto l’anno. Questo sì che potrebbe davvero essere un esperimento (un conto è farlo per un Comune, un conto per 8.000)! Ma non sarebbe dentro l’esperimento locale.

Altri problemi sarebbero puramente contabili, noti ed ultra noti alla comune esperienza, e quindi, ancora, non ci sarebbe esperimento. La scomparsa poi dei bilanci di fine anno – ovviamente – non potrà certo essere definito un problema da mettere sotto esperimento.

Oggi, una qualsiasi legge contabile è incastrata con tutte le altre, e quindi, creare delle “isole felicemente sperimentali”, vuol di fatto dire organizzare la soluzione. Più o meno come studiare una cura per dei malati, usando però soggetti assolutamente sani. E la soluzione, a sua volta, non vorrebbe dire niente, perché tutto rientrerebbe nell’esperienza comune facilitata.

Insomma! La Storia ci ha insegnato che coi grovigli serve solo la spada! Tutte le altre vie fanno impazzire, e quindi sappiamo già cosa fare.

In conclusione, visto che, per quanto concerne il Manifesto non sono stati evidenziati dei problemi di logica, IL POPOLO RESTA IL VERO RE.